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Caviale: il tesoriere Lusi se lo faceva pesare con la bilancina

Il tesoriere della ex Margherita Luigi Lusi aveva una gran passione per il caviale: "Lo faceva pesare con la bilancina" ha spiegato a Enrico Menicucci del Corriere della Sera il proprietario de "La Rosetta". L'esito dell'operazione - che non si ha il cuore di immaginare se si svolgesse al tavolo o nelle retrovie del ristorante - trovava comunque la sua finalità nel condimento di un piatto di spaghetti da 180 euri.

E a questo punto, chiamato a raccolta il coraggio della verità, è giusto e forse anche opportuno ricordare che in almeno due occasioni il meno autorizzato fra i moralizzatori, ma anche il più prevedibile fra gli avversari del Pd, e cioè Silvio Berlusconi, accusò gli uomini della sinistra non solo di "pasteggiare a caviale", cosa che lui sarà capitato tante volte. Ma anche e soprattutto disse il Cavaliere che così facendo i suddetti uomini della sinistra dimostravano di "aver perso il contatto con i più poveri". E su questo, per una volta, Berlusconi aveva perfettamente ragione.

E la scenetta di Lusi che si fa pesare il caviale con la bilancina, e la voluttuosa pacchianeria del gesto da neo-ricco, e il conto salatissimo a spese della Margherita, altrimenti detta "Democrazia e Libertà", e specialmente il silenzio spaventato degli ex compagni del Pd dinanzi a queste piccole perle simboliche e patologiche dicono molto più di quanto loro stessi siano spinti a comprendere e a temere.

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Il celebre busto di Andreotti realizzato in marmo di Carrara, 1979

Quando la Storia e la Toponomastica si mettono d'accordo per fare uno scherzo, non si sa mai bene se ridere o pensare.

Fin dal primo numero, che in copertina raffigurava una tazza con il volto di Andreotti ripieno della materia organica più immonda e la scritta "La misura è colma!", Il Male si è sempre preso gioco della Dc e dei suoi esponenti.

Era il febbraio del 1978. Ad aprile, in pieno rapimento, risale l'intervento dei redattori del settimanale satirico che nella celebre foto di Moro ritratto in camicia nel carcere delle Br: "Scusatemi, abitualmente vesto Marzotto". La terribile immagine dei funerali, d'altra parte, offrì lo spunto per uno dei primi falsi di quella stagione: una prima pagina de la Repubblica sormontata dal titolo: "Lo Stato si è estinto".

Dopo di che fu la volta di Paese Sera: "Arrestato Ugo Tognazzi. E' il capo delle BR". E poi ancora, poco prima del voto europeo, arrivò in edicola una finta prima pagina de Il Popolo che annunciava: "La Democrazia cristiana si astiene dalla feroce competizione elettorale".

Falsi, vignette, fumetti, parodie, copia degli assegni di Caltagirone, coupon con sederi nudi da spedire a piazza del Gesù. Una volta fu fabbricato e poi opportunamente pubblicato in copertina anche un autentico vitel tonnè a forma di Cossiga e un patè con le fattezze di Fanfani: "Cucinare con gli avanzi" era lo strillo. Senza il potere democristiano e dei democristiani, si può azzardare che Il Male non avrebbe avuto ragione di esistere.

Nell'autunno del 1979 questa autentica passione arrivò a far scolpire un busto di Andreotti in marmo di Carrara e a deporlo al Pincio con un'orazione celebrativa di Roberto Benigni, interrotta dalla Polizia che sequestrò l'artistico manufatto. Che, in seguito liberato, fu condotto in giro per Roma con i dovuti festeggiamenti.

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L'intervento di Benigni al Pincio e, sotto, il sequestro del busto andreottiano

Bene.La notizia è che dopo una trentina d'anni, da qualche settimana il nuovo Male di Vauro e Vincino è andato ad abitare proprio a piazza del Gesù, e addirittura in certe stanze del primo piano che a suo tempo ospitarono alcuni uffici dello scudo crociato. Dentro, i redattori hanno trovato suppellettili, manifesti e bandiere dell'ultima Dc locataria, quella di Pino Pizza, oltre a un congruo numero di scheletri negli armadi.

Vauro e Vincino sostengono anche di aver trovato sulla piazza, nei giorni della grande nevicata, un agghiacciante reperto che si è rivelato essere la mummia di Andreotti, anzi per assonanza con la mummia di Otzi, la mummia di Andreotzi, che ha ripreso vita e si è trasferita nello storico palazzo Cenci Bolognetti (dove peraltro, ma all'ultimo piano, abitò anche Domenico Modugno che qui compose le sue più belle canzoni) .

La mummia in cartapesta è adesso a disposizione di giornalisti, telecamere e visitatori che la potranno ammirare in una specie di inaugurazione della nuova sede. All'insegna della beffa postuma, ma anche all'insegna di una realtà in cui tutto è sempre possibile, specie quando i luoghi e i tempi si mettono d'accordo per far ridere, ma anche un po' per far pensare.

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Olimpiadi in Parlamento, la gara di testa o croce

Ma intanto alla Camera dei deputati, precisamente nel cortile-acquario dove i parlamentari vanno a fumare, iniziano lo stesso le Olimpiadi dell'azzardo spiritoso e dell'esibizionismo danaroso.

Riferisce Romana Liuzzo sul Giornale di quest'oggi che l'onorevole Verdini, coordinatore del Pdl, e il suo compagno di partito, l'onorevole Angelucci, proprietario di cliniche ed editore, hanno avuto la simpatica idea di giocarsi coram populo 40 euro a testa e croce. Ha vinto Angelucci. A questo punto, prosegue il racconto, c'è stato un secondo giro e la posta in gioco è salita a 50 euro. E di nuovo ha vinto Angelucci, per la cronaca.

Per la storia, e anche per altro, si può qui trovare la conferma che Dio acceca quelli che vuol perdere. Ma come? In tempi così grami, tempi di risparmi, di rinunce e di sacrifici, ci sono due deputati che in un batter d'occhio si giocano 90 euro a testa e croce?

Nella vasta e purtroppo spesso anche plausibile letteratura anti-parlamentare Montecitorio è stato finora paragonato a un suk, a una fogna, a un bordello e anche a un casinò. Ma la bisca da strada mancava. Le olimpiadi dello sproposito sono dunque cominciate; e la medaglia d'ora se la prende chi dirà per primo che era un gioco, una scommessa, uno scherzo.

L'archeo-congresso navale della Lega

Marzo 2002, la nave di Bossi incombe sull'intervento di Berlusconi

Bobo Maroni chiede un congresso, meglio tardi che mai, e in effetti sono dieci anni che la Lega non ne tiene più.

Può sembrare di dubbio gusto ricordarlo proprio in questi giorni, ma l'ultimo che si svolse dall'1 al 3 marzo 2002 al Filaforum di Assago, resta impresso nella memoria dei pochi che ancora la coltivano come "il congresso della nave", e non solo perché Bossi lo aprì proclamando: "Finalmente la virata è conclusa, adesso la nave è pronta a lanciarsi in mare con una rotta ben chiara e una direzione sicura".

Come sfondo congressuale c'era inizialmente un biondo guerrieriero celtico, ma a tal punto muscoloso da richiamare certa iconografia gay (e l'apprezzamento del presidente dell'Arci-gay Grillini). Fatto sta che dopo il discorso marinaro del Senatùr il guerriero fu fatto sloggiare e al suo posto sopra il podio arrivò un bastimento tirato da un rimorchiatore con la scritta "Stiamo girando la nave!"

Al congresso venne applaudito Berlusconi, che recava un messaggio di Mamma Rosa in dialetto milanese, e fu fischiato il rappresentante dell'Udc.Il trentino Boso si presentò invano alla carica di presidente, la cui durata nel nuovo statuto non avrebbe dovuto superare un anno. Bossi ebbe anche modo di maltrattare un militante che aveva pronunciato la parola "governance" e caldeggiò un ricambio generazionale ("Sta arrivando il momento di mettere i giovani") lasciando intendere, invero in modo piuttosto approssimativo, che di lì a poco si sarebbe anche potuto ritirare. Il congresso lo scongiurò a rimanere al suo posto, con il che la democrazia leghista ebbe il proprio compimento.

Chiamato sul palco insieme ad altri giovanissimi atleti, ricevette una medaglia l'allora quattordicenne Renzo Bossi, distintosi in alcune gare. Comprensibilmente orgoglioso, papà Umberto sottolineò che aveva gareggiato "nonostante fosse stato affetto da influenza nei giorni scorsi".

La pernacchietta triste del ministro Bossi

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Pernacchiona dei tempi d'oro

Guai a lasciarsi ingannare dalla foto qui a fianco: la pernacchia che oggi il ministro Bossi ha indirizzato all'idea di una governo guidato dal professor Monti è solo una pallida e mesta imitazione di quella ben più potente riservata giusto un anno fa all'eventuale discesa in campo di Montezemolo; come pure di quelle assai squillanti modulate dal Senatùr all'indirizzo di Formigoni, o dei referendum (poi persi dalla Lega) o dell'ennesima ipotesi di riforma previdenziale.

L'osservazione giornalistica, anche quella più esigente, è costretta a misurarsi con ciò che passa il convento del potere, ma a lungo andare si riserva confronti anche scomodi e a loro modo dolorosi. Ebbene, il rumorio uscito oggi dalle labbra di Bossi era poco più che un fiato, un gorgoglio ansimante, un versaccio più sfiatato e debole e malconcio che volgare.

Ci si abitua a tutto, infatti, senza per questo smettere di provare pena per quanto ci riserva la scena pubblica. In questo senso la pernacchietta del ministro Bossi tradisce qualcosa che lui stesso, forse, non vorrebbe nemmeno sapere.

La proliferazione delle zie suore

Suore fuciliere

Ma quante zie suore ha il presidente Berlusconi?

Vero è che si muovono all'orizzonte interrogativi più gravi e forse anche più interessanti, ma nel suo nuovo libro, "Questo amore" (Mondadori-Eri), Bruno Vespa registra senza fare una piega l'affermazione in cui il Cavaliere, per smentire certi spettacolini con coreografia conventuale, ribadisce la propria religiosità e tra riaffermazione dei valori cristiani, possesso di cappelle, sacramenti e fioretti, di sfuggita ricorda di avere ben "otto zie suore di Maria Consolatrice".

Sempre con le avvertenze del caso, sarebbe stato simpatico sollecitarlo a stendere un elenco  aggiornato. Perché il sospetto - a dirla chiara - è che posto sotto accusa di blasfemia per quel bunga bunga in cui secondo alcune testimonianze egli avrebbe benedetto con tanto di crocifisso l'esteso seno della Minetti travestita appunto da oblata, ecco, il premier si sia aumentato le zie suore.

E' questa infatti una ormai archeologica risorsa dell'immaginario berlusconiano. O almeno: si contavano sei zie suore in una intervista concessa a Epoca nel lontano 1987. Poco dopo, in un colloquio con il segretario della Dc Ciriaco De Mita, queste erano già scese a cinque. Ma nel 1994, al tempo della discesa in campo, le zie suore erano di nuovo sei.

L'incertezza contabile dipendeva probabilmente dal fatto che il Cavaliere le invocava spesso come dedite a pregare per lui, e a tal fine non sempre distingueva tra quelle vive e quelle morte.

Ora, è anche possibile che a Vespa e a tutta l'informazione siano sfuggite ben due cerimonie di ordinazione di anziane parenti. Ma assai più plausibile, purtroppo, è che il presidente del Consiglio ne abbia sparata una delle sue.

Cinque, sei otto zie suore! Esagerazioni auto-promozionali, invenzioni scalda-atmosfera, balle mirate a rafforzare il messaggio. Sembrano innocue, perfino simpatiche. Ma non lo sono affatto, come si vede su altri terreni, anche questi contabili, che riguardano l'economia e il futuro di tutti - anche delle suore, ma in numero imprecisato.

Due noticine sul caso Lavitola

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Posto che in un mondo di messaggi iperconfezionati le intercettazioni si confermano un insostituibile veicolo per capire come realmente funzionano certe cose e che diavolo hanno in testa certi personaggi, la prima noticina ai margini delle telefonate di Lavitola suona di solidarietà e insieme di plauso per le povere segretarie (del presidente Berlusconi e del ministro Frattini, per ora) che egli incessantemente tormentava al fine di ottenere speciali attenzioni, scavalcare altri postulanti, conoscere programmi e orari, passare appunti, organizzare visite, farsi trovare in anticamera al momento giusto.

Da questo punto di vista si capisce che la mitica Marinella di Palazzo Chigi non ne può più di Valterino, "mi togli il fiato" dice a un certo punto, così come al cumine dell'esasperazione se ne esce con una bellissima espressione che sembra il titolo di una canzonetta: "Lasciami vivere!". D'altra parte Nadia della Farnesina lo argina con efficace garbo protocollare impartendo all'invadenza di Valterino sbrigativi comandi, pur ottenendo in cambio un drammatico: "Eh, grazie, tesoro, ciao".

La seconda noticina è invece dedicata ai tanti che ancora si scandalizzano per le cosiddette auto blu. Gli ultimissimi cicli di intercettazioni (Olgettine, P4 e appunto Lavitola) indicano infatti un ulteriore e più esclusivo, flessibile e impenitente circuito di super-automobili acquistate, scontate, offerte in prova, in permuta o addirittura donate per gratitudine o riconoscimento di rango, comunque da esibirsi in linea con l'orientamento smargiasso che segna il nostro tempo.

Presentandosi come "il consigliere di Berlusconi" - quale in effetti risulta essere - il socialista Lavitola chiede a un impiegato della Maserati "un quattroporte executive o una cosa adeguata". Adeguata a chi e a che cosa ci porterebbe lontano stabilire. Ma oltre a questa impudica pretesa, grazie ai colloqui intercettati, si viene a sapere che sempre una Maserati Luca di Montezemolo ha "mandato" all'ex direttore generale della Rai Mauro Masi, presumibilmente in prova, ma questi nemmeno si è "mai" degnato di "ritirarla", di qui un supplemento d'ira del cortese presidente della Ferrari.

E se negli atti che riguardano l'onorevole Papa sono registrate le varie e sentimentali peripezie di una Jaguar XKR argento metallizzato, l'ex braccio destro del ministro dell'Economia, onorevole Milanese, girava su Aston Martin, Bentley e Ferrari Scaglietti. Mentre per quanto riguarda infine il parco macchine delle olgettine, il cui budget raggiunge i 280 mila euri per una quindicina di veicoli, comprende Mini One, Smart for two, Volkswagen New Beetle, Mercedes 180, Mercedes classe A, Toyota IQ, una Renault Megan, una Micra e addirittura una Land Rover per allietare e rendere più fluido il traffico nelle nostre città.

Do you remember l'Emergenza-Show?

Ilarità lampedusana

Tanto per ricordare. Era la fine di marzo, appena sei mesi orsono, e una mattina il presidentissimo accorse a Lampedusa a mostrare che lo Stato era presente. C'era un caos tremendo e disse: "Entro 48 sarà tutto risolto".

Quindi, indossato il costume di scena da Cavaliere Operativo (abito nero, camicia nera senza cravatta) improvvisò uno dei più formidabili comizi dell'era berlusconiana. E di nuovo, tanto per ricordare, promise ai poveri abitanti di Lampedusa: uno speciale regime fiscale, il rimboschimento dell'isola e dei campi da golf. Mentre elencava i suoi propositi, dalla folla una signora gli ricordò che c'era da tempo anche l'idea di costruire una scuola, ma su questo occorre ammettere che il premier fu abbastanza dubbioso perché "non si può fare tutto".

Tanto per ricordare. Berlusconi quel giorno era di ottimo umore e quindi promise anche un casinò, una zona franca e un'area "a burocrazia zero per far ripartire l'economia". D'altra parte, volle aggiungere che erano già stati commissionati a Rai e mediaset degli spot turistici per illustrare le bellezze di Lampedusa. E già tutto questo potrebbe bastare.

Ma le perle indimenticabili di quell'allegro comizio, le promesse delle promesse, furono una iniziativa che il Cavaliere battezzò "il Piano Colore", una specie di riverniciatura universale delle abitazioni che avrebbe reso Lampedusa "simile a Portofino", pensa te. E poi l'annuncio trionfale di essere divenuto "lampedusano". E infatti raccontò di essersi messo "di notte" su internet e lì aveva individuato e acquistato una villa in loco: villa "Due Palme", a Cala Francese. Così, se poi non mi vedete più qui,  volle specificare a futuro auto-monito, "potete venire a farmi le scritte sui muri". (La storia controversa e il destino di tale acquisto immobiliare merita un post a parte).

Ma ci fu, in quel fantastico comizio, anche un'altra impegnativa promessa. E così, tanto per ricordare, sembra oggi il caso di segnalare che egli s'impegnò a proporre ufficialmente Lampedusa, "questa frontiera della civiltà occidentale", per il Premio Nobel per la Pace. Seguì la consueta barzelletta, com'è ovvio dedicata alle signore del posto, sul campione di donne alle quali viene chiesto se vogliono fare l'amore con Berlusconi, e il 30 per cento risponde "Magari", e il restante 70: "Ancora una volta?".

Tanto per ricordare. In serata un barcone carico di immigrati colò a picco nel mare di Lampedusa. A detta dei superstiti erano annegate 11 persone.

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Ma che cosa ci stanno cercando di comunicare le due super-nonnette del web in questa vita pubblica ormai definitivamente trasfiguratasi in visione stranita e sogno selvaggio?

Perché ci sono due vecchiette, da qualche tempo, che calamitano l'attenzione dei media nei luoghi cruciali della politica, come se avessero un misterioso messaggio da recapitare, o forse da decrittare.

Una appare a Roma, principalmente davanti a Montecitorio; l'altra si vede a Milano, nei pressi del Palazzo di Giustizia. Una è fortissimamente di sinistra, l'altra è ultra-berlusconiana. Una irosa, l'altra sdolcinata. Annarella è vestita semplice, non ha paura di nessuno, sbuca davanti alle telecamere, interrompe le interviste e appare fin troppo disposta all'invettiva greve, personalizzata ("Gesuccristo m'ha detto che a Berlusconi je devo sputà in faccia, poi me posso morì!"); mentre l'altra, con capelli fin troppo rossi e grandi occhiali da sole, si porge con vezzoso garbo alle telecamere producendosi in una specie di rappresentazioni estatiche a lode del Cavaliere, lo definisce seriamente "passerottino" (donde il soprannome di "Miss Passerottino"), lo chiama "Silviuccio", gli tira baci, oppure canta - come acaduto stamattina - delle incredibili canzoncine per lui.

Annarella e Vicky (questo il vero nome di "Miss Passerottino") sembrano due caricature, ma sono due creature autentiche, sia pure vistose. Il loro repertorio cresce di settimana in settimana, basta digitare "Annarella" o "Miss Passerottino" su YouTube per rendersene conto. Dinanzi alle loro performance il pubblico si diverte, ma resta turbato. Forse quello che hanno da comunicare è che al giorno d'oggi lo sgomento non è più inconciliabile con il trastullo - e che lo spettacolo ha un po' fatto prigioniera la realtà.

Privatissimi affari di Stato

Omar Galliani, "Tutti i denti di Santa Apollonia", 2008-2009

Piccolo e grande documento sul potere, questa intercettazione tra il presidente Berlusconi e il suo personale consigliere Lavitola, a proposito di tutto e del nulla, ma specialmente istruttiva perché con il supporto audio-sensoriale, cioè facendo sentire le voci, restituisce a chi ascolta il senso definitivo di come all'interno del Palazzo gli affari di Stato sono vissute ormai al massimo livello come private, anzi privatissime faccende.

E subito colpisce la solitudine e lo stato di prostrazione del Presidente del Consiglio che a tal punto si auto-commisera da aprire un varco all'insistenza del suo subdolo ("Chi le vuol bene, le si stringe ancora di più") interlocutore. Che senza averne alcun titolo maneggia questioni assai delicate tipo il lodo Alfano, suggerisce in proposito arronzate soluzioni di ordine costituzionale per poi passare alla politica con un linguaggio significaticamente brutale, "si rischia di scoppiare tutto", "mica è scemo", "sparano alla testa", "è il primo che macellano", e così via, in verità senza un reale costrutto.

Il Cavaliere pare abbastanza rassegnato e perfino distratto nella sua infelicità. Ma ciò che chiaramente sta a cuore a Lavitola è altro: nomine & quattrini, tanto per cambiare. Per questo ha bisogno di Berlusconi in persona e quindi, archiviate le esortazioni sul lodo e, passa alla sua lista della spesa. Un generale della Finanza da accontentare, con sottile e  larvata prospettiva minatoria (formidabile nel suo genere il passaggio su quelle "persone amiche-amiche-amiche che rischiamo di diventargli antipatici"), e poi chiede un intervento sui generosi finanziamenti all'editoria di partito, da decenni pietra miliare dello scialacquamento nazionale di quattrini pubblici.

Nella necessità di stringere, Lavitola offre un saggio delle sue male arti: "Se ci parla lei...", "lo deve chiamare subito", "un appuntamento a breve giro", "posso contarci?", "Marinella ha l'appunto", "ci posso contare, Dottore?". Il Dottore dice sì, sì, sì, sembra che parli dall'oltretomba, si capisce che non gli importa nulla né del generale Spaziante, né dell'editoria, perchè sta pensando solo a se stesso, ai suoi soldi, ai giudici "criminali" e ai "fascisti", addirittura.

Grazioso nella sua intimità suona il congedo lavitoliano: "Un bacione, stia su, mi raccomando, grazie a lei, stia su, Dottore". Ma quello resta giù, anche piuttosto rimba. Finito l'ascolto viene da pensare a quanta gente perbene il presidente Berlusconi avrebbe concesso il tempo e il consenso che il suo Valter gli ha così abilmente strappato.